Cosa vorrei raccontare a dei futuri SCU – volontari di Servizio Civile Universale? Non è facile rispondere a questa domanda in poche righe.
Ora mi trovo a scrivere sul nostro divano a Bakšaiš, un quartiere della città di Bihać, circondata dalle mie colleghe – ormai amiche – e ancora non riesco a spiegarmi davvero come sia arrivata fin qui.
Vorrei raccontarvi del colloquio a Milano nella sede di Via della Signora, del primo incontro con le mie colleghe, della settimana di formazione e dell’arrivo, molto travagliato – ma questa è un’altra storia – a Bihać. Vorrei raccontarvi delle prime notti insonni perché puntualmente svegliata dall’Adhān proveniente dalla moschea verde vicino casa. Vorrei raccontarvi delle giornate di team-building e dei primi giorni qui, delle prime uscite al Festival estivo di Bihać e del primo assaggio di Pelinkovac. Vorrei raccontarvi della prima giornata nel campo di Lipa, che penso non scorderò mai; ma ancora di più vorrei raccontarvi dei giorni seguenti, fino ad oggi. Vorrei raccontarvi di tutti i ragazzi e ragazze passati dal Centro per Minori Non Accompagnati, dei pomeriggi passati a giocare a palla e a ballare insieme sulle note di Yama o Bum Bum. Vorrei raccontarvi di tutti i volontari passati da casa nostra e delle grigliate in cortile. Vorrei raccontarvi delle giornate al fiume, delle passerelle e dei ćevapčići al Jolly. Vorrei raccontarvi i giovedì infiniti in ufficio e delle lezioni – fallimentari – di bosniaco. E così all’infinito.
Sono arrivata a Bihać senza grandi aspettative e, a dire il vero, è stata una scelta precisa. Non volevo costruirmi un’immagine anticipata di ciò che avrei vissuto. Ho sempre evitato i trailer dei film che so che mi piaceranno: preferisco lasciarmi sorprendere dalla storia, scena dopo scena. Allo stesso modo, ho scelto di non proiettare aspettative né sulla città né sull’esperienza di servizio che mi aspettava. Non si trattava di ingenuità o mancanza di consapevolezza. Sapevo dove stavo andando e quale sarebbe stato il mio ruolo. Ma desideravo che ogni incontro, ogni difficoltà, ogni scoperta avessero la forza della prima volta, senza “anticipazioni” o “spoiler” a condizionarle. Non ho cercato testimonianze di chi era partita prima di me, né ho passato ore sui profili Instagram o TikTok di IPSIA per farmi un’idea più precisa di ciò che mi aspettava. Ho scelto consapevolmente di lasciare spazio alla scoperta. Mi è bastato leggere la storia dell’organizzazione e conoscere il progetto che porta avanti in Bosnia, come in tanti altri contesti: il resto volevo viverlo in prima persona. Perché, anche se qualcuno mi avesse raccontato ogni dettaglio, non sarebbe stato lo stesso. Alcune esperienze non possono essere comprese fino in fondo attraverso le parole: acquistano significato solo quando le si attraversano, giorno dopo giorno.
Vorrei raccontarvi tutto, e potrei farlo, ma non sarebbe abbastanza per cogliere le sfumature più belle di questa esperienza di Servizio Civile qua a Bihać.
Detto questo, la me del passato probabilmente avrebbe voluto solo delle rassicurazioni in più, questo è vero, ma non cambierei nulla nel processo che mi ha portata qua: sul nostro divano a Bakšaiš.