Trovare le parole giuste per descrivere quello che stiamo vivendo non è facile. Arrivati a questo punto dell’esperienza, però, è anche d’aiuto riassumere i mesi passati e provarci.
Se pensiamo a un anno fa, eravamo esattamente nel periodo in cui ognuno di noi ha pensato, scelto, compilato e inviato la domanda per partecipare alla selezione del programma di Servizio Civile Universale con IPSIA. Chi più, chi meno consapevole di cosa fossero realmente questi dodici mesi all’interno del programma SCU.
Ricordiamo ancora quel momento di lettura e analisi dei vari progetti e dei contesti di appartenenza, per poter scegliere nel migliore dei modi: motivati, pronti e preparati a un’ipotetica esperienza di un anno in Senegal. Ipotetica in quanto i colloqui avrebbero potuto determinare un esito differente: avrebbero potuto non selezionarci, anche perché entrambi ci chiamiamo Andrea. Chi ha mai visto due civilisti con lo stesso nome?
Per te che ti trovi ora a dover scegliere, oggi, abbiamo pensato che chi meglio di noi, che lo stiamo vivendo, possa aiutarti a schiarirti le idee?
Partiamo dall’inizio. È vero: ci sono poche informazioni e spesso confuse in rete, se non addirittura inesistenti. Questo perché sono dodici mesi effettivamente complessi e carichi di emozioni, a volte positive, a volte negative. Come si possono descrivere su un foglio di carta, o meglio, su un foglio digitale? Non lo sappiamo nemmeno noi che ci stiamo cimentando in questa impresa.
L’incertezza, alternata a picchi di ilarità, aleggerà nella mente fino al momento della partenza. Questo, almeno, è ciò che è capitato a noi, consapevoli che saremmo stati sbalzati per un anno in una nazione come il Senegal. Un’altra lingua, un’altra cultura, abitudini e visioni di vita completamente diverse dalle nostre: riassumendo, non un Paese simile al nostro.
Ecco, questa è l’unica cosa che dovresti avere bene in mente: non sarà mai come te lo immagini. Nel senso che rimarrai entusiasta di alcune cose e meno di altre, ma sarà proprio questo il bello e la forza dei primi mesi. Un fiume di scoperte ti investirà, e sarà esilarante.
Dopo svariate conversazioni tra di noi, abbiamo compreso che la nostra fortuna è stata proprio il non avere molte aspettative sul contesto. Il motivo è semplice: per quanto potessimo immaginare e studiare il Senegal, viverci sarebbe stata un’altra cosa. Entrambi eravamo convinti di partire per motivi personali, molto diversi tra loro, ed è questo l’unico punto sul quale bisogna davvero concentrarsi prima della partenza. E poi, diciamocelo: come si può stilare una lista accurata di aspettative senza conoscere davvero un posto o una situazione?
Quindi eccoci qui. Dopo sei mesi di esperienza pensiamo di poter dare qualche “dritta” ai futuri civilisti. Partiamo analizzando il contesto.
Il servizio si svolge a Thiés, capoluogo dell’omonima regione: niente poco di meno che la terza città più popolosa del Senegal, con circa 455 mila abitanti stimati. Una città, a nostro avviso, magnifica: tradizionale, viva, dove puoi ritagliarti anche spazi di tranquillità e situata in una posizione estremamente strategica. Thiés si trova infatti a un’ora da Dakar e da molte altre spiagge e aree marine magnifiche come Somone e Joal Fadiouth.
Siamo fra i pochi stranieri in questo contesto e ciò cattura parecchia curiosità da parte dei locali, che vi osserveranno con curiosità e vi chiederanno da dove venite. Motivo per il quale, occhio a quando comprate al mercato o prendete il taxi: cercheranno spesso di farvi pagare il doppio del prezzo reale! Nonostante ciò, le persone del posto sono estremamente accoglienti ed è un piacere scambiare due chiacchiere. Consiglio: imparate qualche parolina in wolof, andranno fuori di testa!
Sarete da subito inebriati dai profumi della loro cucina: gustosa, saporita ma talvolta pesante da digerire. La prima cosa da provare assolutamente è il Thiéboudienne (Ceebu Jën). “Riso con pesce”, tradotto dal wolof, è il piatto nazionale, orgoglio della tavola senegalese: un piatto clamoroso. Completo, saporito, bilanciato, ricco di nutrienti… cosa volere di più? Consiste in riso cotto in una salsa di pomodoro speziata, accompagnato da verdure come carota, cavolo, manioca, patata dolce e melanzana africana. Il pesce, spesso thiof o pesce capitano, è marinato e farcito con una pasta di erbe e spezie chiamata rof. Tradizionalmente si mangia con le mani, da un grande piatto ellittico di alluminio, dal quale tutti condividono il pasto.
Lo Yassa è un’altra opera d’arte culinaria: un piatto di pollo marinato in una miscela di limone, cipolle, senape e spezie, poi grigliato o fritto e infine stufato nella sua marinata. La salsa è profumata e leggermente acidula, e il tutto è servito con riso bianco al naturale. Esiste anche la versione di pesce, in quanto il nome deriva dalla salsa di cipolle, ma quella di pollo è la più comune. Le pietanze possono essere accompagnate da succhi tipici come il bouye (succo del frutto del baobab) o il bissap (fiori di karkadè), per poi terminare il pasto con la Ataya, il loro tè: mistico, un vero e proprio rituale.
Ultimo, ma non per importanza, il servizio. D’altronde è per questo che siamo qui, giusto? Il Servizio Civile, a nostro avviso, offre una grande opportunità: quella di essere immersi nell’ambiente di un’organizzazione che lavora nel campo della cooperazione allo sviluppo. Si partecipa attivamente alle attività, comprendendole, con la possibilità concreta di dare il proprio contributo.
È spettacolare andare in missione sul campo e far visita alle aree beneficiarie dei vari progetti. Pensiamo sia un ottimo modo per constatare quanto sia concreto il lavoro delle organizzazioni. Vedere e toccare con mano l’impatto che hanno sulle comunità, nelle città e nei villaggi, offre una prospettiva completamente diversa. È davvero motivante.
È un’esperienza che può lasciare il segno. Per questo crediamo fortemente nel suo valore, anche come modo per aprirsi a nuove culture e nuovi contesti, magari meno conosciuti dei classici percorsi.
Il testo è di Andrea Vitale ed Andrea Macrì, in Servizio Civile Universale con IPSIA in Senegal.