"Cosa fai in Bosnia?"
Spesso a me e alle mie compagne viene posta questa domanda e quando rispondiamo non vorremmo lasciare alcun dettaglio indietro. Capita spesso di arrovellarsi in un gioco di parole, nel tentativo di essere esaustive ma sintetiche. Bene, userò questo spazio digitale e un po’ del vostro tempo per rispondere a questa domanda: per raccontarvi quello che credo sia significativo del nostro lavoro e della nostra presenza in Bosnia ed Erzegovina.
Il primo tentativo di risposta è di solito una descrizione del lavoro di IPSIA in questo paese. Cooperazione internazionale. Rotta balcanica. Aiuti umanitari e supporto psicosociale. Presenza e cura ai confini. Parole e riferimenti scelti con molta attenzione per proporre la migliore delle narrative, dato il tema spinoso della migrazione. Persone in movimento invece che migranti. Cura e solidarietà al posto di aiuto e pietà. Queste riflessioni semantiche, benché fondamentali, non sempre aiutano l’interlocutore a capire che cosa si fa nel concreto: “e quindi cosa fai?”. Al secondo round si parla allora di progetti per la protezione dell’infanzia, facilitazione per l’accesso ai servizi, supporto psicosociale nei campi, sensibilizzazione e comunicazione.
“Sì, ok, ma quindi nel pratico?”. A questo punto, ci prendiamo un po’ di tempo per spiegare cos’è il Centro per minori di IPSIA, dove vengono accolti minori stranieri non accompagnati che percorrono la rotta balcanica, e i social café dentro il Temporary Reception Center di Lipa.
Confrontandomi con le mie compagne e colleghe ci è piaciuta l’idea di descrivere quello che facciamo proprio sottolineando l’impegno che mettiamo, insieme al resto di IPSIA BiH, nell’apertura di spazi. Spazi per l’accoglienza lungo la rotta, all’interno dei quali si può trovare sicurezza, comunità e tranquillità. Elementi di cui le persone in movimento sono private dal momento in cui decidono di lasciare il proprio paese, o spesso già molto prima, a causa dell’ostilità delle politiche migratorie europee. L’irregolarità delle rotte condanna le persone che le percorrono all’invisibilità e all’esposizione a pericoli, traumi, violenze e abusi. A uno stato di mera lotta per la sopravvivenza. Per questo, impegnarsi nell’apertura di spazi dove si può semplicemente stare e riprendere, anche per poco, a vivere è di estrema importanza.
Quello che a stento riusciamo a inserire in una risposta sintetica è anche ciò che ci motiva ad essere in questi spazi. Ciò che ci ha spinto ad approfondire e ad avvicinarci a questi temi e a questi posti. Sembra scontato che un lavoro di questo tipo richieda semplicemente un buon animo e una buona volontà. Ancora, quasi quotidianamente, si cerca di contrastare questa narrativa. Essere qui, ai confini, è possibile anche grazie alle conoscenze e alle competenze che si apprendono dai luoghi e dai libri. Ancora, è l’aver scoperto la violenta e ingiusta realtà dei confini europei che spinge a starci, sfruttando il privilegio di non esserne vittime.
Una delle forze motrici è quindi una grande rabbia che raramente si smonta. Una frustrazione perenne data dall’osservazione delle conseguenze fisiche quanto mentali dei tentativi di attraversamento di confini chiusi e di una quasi-vita nell’invisibilità di luoghi ostili. La constatazione che esistono posti su questa terra dove un umano, di qualsiasi età, genere e religione, è privato completamente della sua dignità e dei suoi diritti. Rabbia che aumenta con la consapevolezza dei responsabili e dell’indifferenza che prevale tra tutti gli altri. Questa rabbia è motore ma anche zavorra: in questo settore i lavoratori sono esposti a un rischio molto alto di burnout e traumatizzazione secondaria. Tuttavia, si riscontrano alti livelli di soddisfazione lavorativa. E da dove viene questa? Ancora difficile spiegarlo.
La narrativa più banale suggerisce che sia l’atto di aiutare l’altro a riempire di gioia chi lo fa. Tuttavia, non è la moralità del sentimento della compassione che motiva l’azione. È piuttosto la volontà di dare una chance all’umanità e alla solidarietà in un contesto tanto amaro e disumano. Un amore, dunque, che esprime la speranza in una maniera alternativa di trattare le persone che scelgono di migrare, indipendentemente dalle loro ragioni.
Posizionarsi, sui confini, divenuti ormai spazi di morte, per difendere la dignità può anche essere considerato un atto di resistenza e solidarietà politica. Perché proprio in questi luoghi, ogni altro attore ha esaurito la preoccupazione umanitaria a favore dell’indifferenza o dell’intolleranza. In questa prospettiva, inevitabilmente politica, mi piace pensare l'impegno nella creazione e difesa di spazi – dentro o fuori dai campi – in cui l’umanità possa tornare, letteralmente e metaforicamente, a respirare. In loro assenza, rimarrebbero il freddo delle foreste, i manganelli della polizia di confine e le paure di un viaggio incerto.
Volendo sintetizzare, si fa per rabbia e per amore.
Il testo è di Giulia Bezzi, in Servizio Civile Universale con IPSIA in Bosnia ed Erzegovina.